Racconti di LETTURA

28/08/2020 – POZZI

Le misteriose linee di Nazca

Il diavolo ci mette sempre la coda nei programmi degli uomini, specialmente se gli uomini ci mettono del proprio. Ebbene si, al momento del lancio del tema, non pensavamo di non poterci vedere dal vivo, se non abbracciare almeno parlarci e sederci insieme per leggere, eppure è andata così. Le vacanze e la mancanza di responsabilità hanno fatto si che il virus abbia rialzato la testa ed io che sono andata a nuotare all’Asinara al ritorno mi sono sentita in dovere di fare il tampone e di conseguenza di aspettare il responso a casa da sola, di conseguenza abbiamo pensato che stavolta, per l’ennesima volta ci saremmo riviste on-line.

Il mezzo “zoom” non lo amo molto, ma tant’è, ho creato una call che poi durante la serata ha avuto diversi problemi, di visione e ascolto ma tant’è. La visione delle mie compagne di ventura della serata (Paola, Francesca, Tiziana, Giuliana) non le vedo tutte insieme, non c’è una galleria di immagini, ma solo grossa grossa la faccia di chi parla e anche smanettando non riesco a vedere diversamente, tanto vale cominciare a leggere.

Il libro che porto stasera è scritto da uno dei miei scrittori preferiti Murakami Haruki. Conosciuto da me diversi anni fa con “1Q84“, non l’ho più abbandonato, stavolta tocca alle 600 pagine di “L’uccello che girava le viti del mondo” , seicento pagine la cui metà o più è stata letta in una decina di giorni perché non volevo portarlo in vacanza. E’ un libro onirico ma anche storico, riguarda la seconda guerra mondiale vista dal Giappone. E’ un libro sui sentimenti e su come dobbiamo guardarci dentro, per farci trovare dagli altri, scendere nel “nostro pozzo profondo” per ritrovare noi stessi. E nella storia i pozzi sono lo “stargate” tra il mondo reale e il mondo onirico/fantastico e questo passaggio, il credere nella possibilità di passaggio ci permette di stare più accanto alla nostra anima e di risolvere i legacci che ci impediscono di crescere. Durante la lettura dei dieci giorni ho sottolineato diversi passi utilizzando matite colorate, ho piegato le pagine con orrore, per ricordarmi di punti particolari, ma al momento della scelta delle righe da leggere, mi sembrava di non trovare più nulla se non queste righe che voglio riportare qui. Difficilmente in questi racconti di lettura decido di riportare i brani letti, ma stavolta le emozioni suscitate sono state talmente vivide e uguali a quelle provate nuotando all’Asinara che non posso far altro che rinnovarle.

Un pomeriggio, verso la metà d’ottobre, stavo nuotando nella piscina del quartiere, da solo, quando ebbi una sorta di visione. O diciamo piuttosto che fu una rivelazione. In quella piscina veniva sempre diffusa una musica di fondo, e quella volta si trattava di vecchie canzoni di Frank Sinatra. le ascoltavo senza farci caso mentre percorrevo e ripercorrevo lentamente la vasca di venticinque metri, su e giù. Tutt’a un tratto mi accorsi di trovarmi all’interno di un enorme pozzo. Era in fondo a quel pozzo che stavo nuotando, non nella piscina del quartiere. L’acqua che mi circondava era pesantissima e calda. Ero tutto solo, e il suono dell’acqua intorno a me aveva una strana risonanza, diversa dal solito. Smettevo di nuotare, e galleggiando tranquillo scrutavo lentamente tutt’intorno, poi mi voltavo sul dorso e guardavo sopra di me. Grazie alla capacità di portata dell’acqua, non facevo alcuna fatica a stare a galla sul fondo di un pozzo. Quello che era sorprendente era non essermi accorto prima di dove mi trovavo. Uno dei tanti io esistenti al mondo, in uno dei tanti pozzi. Nella porzione di cielo rotonda splendevano innumerevoli tremule stelle, come se l’universo stesso fosse esploso in frammenti minuti. Nel cielo buio composto da diverse coltri di tenebre, quegli astri silenziosi lanciavano i loro fulgidi strali, e io potevo sentire il suono del vento che passava sopra il pozzo. Mi portava la voce di una persona che chiamava qualcuno. Una voce che avevo già sentito, molto tempo prima. Volevo rispondere, ma non riuscivo a emettere alcun suono, o forse le mie parole non riuscivano ad attraversare l’atmosfera del mondo in cui mi trovavo. Il pozzo era terribilmente profondo. A forza di osservare l’apertura sopra la mia testa, nella mia percezione il senso dell’alto e del basso a un certo punto si invertivano, dandomi l’impressione di stare a guardare in giù dalla cima di una ciminiera altissima. Però per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo del tutto tranquillo. Protesi placidamente braccia e gambe nell’acqua, e respirai a fondo parecchie volte. Un senso di calore si diffondeva dall’interno del mio corpo, ero leggero come se qualcosa mi spingesse da sotto. Mi sentivo abbracciato, sostenuto, protetto.

Leggendo queste parole ho trattenuto le lacrime, arginando la forte emozione che mi invadeva al ricordo della giornata passata a Fornelli a sud dell’isola dell’Asinara. Il blu cobalto di quel mare, veniva rotto solo da lame di luce che incontrando i vuoti e i pieni delle profondità creavano effetti di luce stroboscopica. In alcuni tratti le alte pareti a gradoni ricordavano piramidi egizie sprofondate nel mare di Sardegna e grosse pietre levigate dal mare erano uova di drago uscite da libri fantasy mescolando nella fantasia scenari immaginifici e misteriosi. La corrente contraria ci ricordava il rispetto nei confronti del Mare e della sua forza, la spiaggia bellissima, dai riflessi rosati, sembrava allontanarsi da noi, come tirata via da mani di gigante e quando alla fine riuscivamo ad la vista della natura selvaggia e della solitudine era la giusta ricompensa per questa nuotata non lunghissima ma impegnativa e meravigliosa.

In momenti complicati ci si aggiusta alle condizioni obbligatorie o obbligate, ci si stringe un po’ e c’entrano tutti, anche se non ci si può stringere fisicamente. Anche Giuliana che, all’inizio della pandemia aveva rinunciato per idiosincrasia nei confronti dei mezzi tecnologici, stavolta si è fatta convincere a partecipare ed ha portato un libro che da sempre genera sentimenti contrastanti “Stoner” di John Edward Williams . Personalmente l’ho lasciato perché non riuscivo ad appassionarmi, più che altro ad entrarci, visto che tutti dicono che non è un libro di grosse passioni ma delle semplici cose della vita. Stasera Giuliana, a cui è piaciuto molto me lo ha ribadito, lo stesso hanno fatto Tiziana e Francesca che lo hanno letto, tanto che mi hanno messo il desiderio di riprovarci. Stoner è una persona di quelle che si incontrano tutti i giorni in metropolitana (o che si incontravano prima del lockdown) professore di letteratura inglese, sopravvive alla sua vita con l’amore per la letteratura, è un po’ l’emblema di questo gruppo e di tutte noi o di chiunque altro con le passioni riesca ad arricchire la vita di ogni giorno. Giuliana ci legge l’incipit dove traspare la figura di un piccolo uomo, eppure sarà proprio la semplicità di Stoner a renderlo indimenticabile nel suo ambiente.

“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.”

In questo periodo chi ama viaggiare è fortemente limitato e i libri possono aiutare a portare lontano la mente, facendoci ritornare le emozioni descritte da grandi scrittori. E’ il caso di Tiziana e della raccolta di racconti “Pellegrinaggio d’autunnoHerman Hesse. Tiziana ama Hesse e ci racconta che il suo desiderio di visitare l’India è nato dopo la lettura dei romanzi di Hesse dove lo scrittore racconta l’amore per il viaggio. In questo caso Hesse le ispira la visione di un pozzo antico, al centro di un giardino abitato da fiori profumati in primavera e che ora sono scomparsi, lasciando spazio a tappeti di foglie, le braccia nodose del glicine avvolgono l’arco di ferro che sormonta il pozzo, il fantasma di un antico secchio bucato dondola ancora, il pozzo ha mattoni rossi, percorsi da rami antichi di edera ed ascoltando la lettura di Tiziana mi sembra di camminarle dietro in questo giardino godendo dell’autunno che arriva, gioendo dei colori segno evidente dell’alternarsi delle stagioni.

Francesca apprezza la lettura di Tiziana ma il suo Hesse è uno scrittore dei viaggi nell’animo umano ed è la ricerca di sé che vede nei POZZI del tema, d’altra parte, Francesca non è nuova a tali temi ed il libro che oggi ci propone è “Vivere è un’arteFrederic Lenoir . Mi piace riportare un pensiero

Accettare la vita per quello che è, conoscere sé stessi e imparare il discernimento, vivere nel qui e ora, esercitare l’autocontrollo, fare il silenzio dentro di sé, saper scegliere e perdonare”.

Poche idee e molto precise anche se non sempre così semplici da perseguire. Ringrazio Francesca che al contrario di tutte noi che preferiamo la narrativa dei romanzi, i libri che ci propone sono sempre riconducibili ad una ricerca interiore, unitamente ad un gusto personale che arricchisce i nostri incontri, sia come spunti di riflessione che come argomento. Partendo dall’analisi delle sue letture, Francesca ci racconta come lei, al contrario di me, o Paola, si appassioni ai contenuti più che alla lingua. Personalmente ritengo che il contenuto possa arrivare solo se la lingua è una buona lingua, o almeno è una buona lingua per noi, per la nostra capacità di recepirla, per le nostre corde, chi prova a scrivere fa caso alla lingua utilizzata, ma senza dimenticare comunque il contenuto. Questo è uno dei molteplici casi in cui, dai nostri incontri, scaturisce un momento di scambio e di “rimescola” (voglio chiamarla così) dei nostri punti di vista, a volte così diversi, per uscirne arricchite tutte, se non altro della conoscenza di un altro punto di vista.

Paola stasera porta un libro diverso dal genere a cui ci aveva abituato, “L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniel anche se non è proprio così. Per sua stessa ammissione tende ad essere attratta da storie che possiedano comunque una speranza, pur nella tragedia degli eventi. Questo romanzo molto forte nella trama narrativa degli eventi, non avrà la forza di rileggerlo, perché infligge ferite alla nostra umanità, portando alla luce la miseria della cattiveria umana. Forse anche in questo caso si può parlare del POZZO dell’animo umano, ma con accezione negativa. Nel villaggio dove si svolge la storia, il pregiudizio della gente è il vero protagonista negativo, il contraltare del racconto di un rapporto fraterno, il demonio, temuto dalla gente del piccolo centro americano, è rappresentato dalla malvagità e dalla maldicenza. Paola legge per noi l’incipit e ci manifesta anche alcune perplessità riguardo dettagli non chiari, come quella che sembra una incongruenza tra le date e i periodi temporali, cercando qualche notizia in rete ho ritrovato riferimenti ai salti temporali e una certa fatica a stare loro dietro.

Il caldo arrivò insieme al diavolo. Era l’estate del 1984 il diavolo era stato invitato. Quel caldo torrido, no. C’era da aspettarselo che arrivassero insieme. Dopo tutto, il caldo non è forse il volto del diavolo? E a chi è mai capitato di uscire di casa senza portarselo dietro? Era un caldo che non si scioglieva soltanto le cose tangibili, come i cubetti di ghiaccio, il cioccolato, i gelati. Ma anche l’intangibile. La paura, la fede, l’ira , e ogni collaudato modello di buon senso. Scioglieva l’esistenza della gente, gettandone il futuro in cima al mucchio di terra sulla pala del becchino. Avevo tredici anni quando è successo tutto. Un’età che mi vide sopraffatto e trasfigurato dalla vita come mai prima di allora. È passato molto tempo dai miei tredici anni. Se fossi uno che festeggia ancora il proprio compleanno, ci sarebbero ottantaquattro tremolanti candeline accese sulla mia torta, su questa vita e sul suo genio terrificante, la sua inevitabile tragedia, la sua estate di bocche spalancate ad addentare quel piccolo universo cui avevamo dato nome Breathed, Ohio.

I salti di connessione fanno da controcanto ai salti temporali del romanzo e non solo, così ci troviamo più volte a staccare e riattaccare su zoom, però il desiderio di leggere insieme e di poterci rivedere in qualche modo, ci rende lieve il fastidio e poi la serata piano piano volge al termine. Mi dispiace particolarmente per Patrizia, che pur preparata esce sconfitta dalla tecnologia, confidiamo in settembre anche alla luce dei suoi impegni che spero siano terminati con un buon risultato. Arrivederci.

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